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Corinna Sabrina Guerzoni e l'antropologia

9 Maggio 2018 11:33

Abbiamo intervistato Corinna Sabrina Guerzoni, socia di BicoccAlumni e Dottore di Ricerca in Antropologia Culturale e Sociale in Bicocca. Attualmente la sua vita si divide tra Los Angeles, dove svolge l'attività di antropologa presso il Western Fertility Institute occupandosi di temi importanti come la surrogacy, tecnologie riproduttive e nuove forme di genitorialità, e Milano dove insegna Antropologia allo IED.

In questa intervista ci racconta come il ruolo dell'antropologo sia versatile e importante, soprattutto quando si ha a che fare con tematiche socialmente "delicate".

 

1.Quando hai iniziato i tuoi studi in Bicocca, cosa immaginavi per il tuo futuro da antropologa?

 

Immaginavo di dedicarmi al lavoro di ricerca, perché “fare l’antropologo” può significare tante cose. Il sapere antropologico è potenzialmente applicabile in tanti ambiti, ma quello che mi ha sempre affascinato di più è il lavoro di studio, di traduzione culturale, di conoscenza di altre culture e modi di essere.

 

2.Approdata negli Stati Uniti, da antropologa ti stai occupando di tematiche che in Italia sono ancora considerate una sorta di tabù: l’omogenitorialità e la maternità surrogata. Questi temi sono ancora terreno di dibattito politico e abbiamo poche informazioni e confuse a riguardo. In questo caso, quanto è importante il ruolo dell'antropologo in un ambito che, oltre ad implicazioni scientifiche, tocca tematiche sociali, culturali e personali? Da quanto tempo esiste (se esiste) questo ruolo negli Stati Uniti? 

 

La professione dell’antropologo non ha un’utilità immediatamente misurabile e socialmente non è forse nemmeno riconosciuta come un impiego. Questo in Italia, ma credo anche in altri contesti. Negli Stati Uniti è sicuramente una professione molto più utilizzata nel mondo del lavoro, a vari livelli, sia in ambito sociale che medico/clinico (ospedali o enti di ricerca).

 

Come dicevo prima, ed in relazione alle tematiche di cui mi sto occupando da anni, il ruolo dell’antropologo serve a fare una sorta di traduzione culturale rispetto a quelle pratiche che possono essere viste come aberranti, inusuali o incomprensibili in un contesto, ma socialmente accettate in un altro. La sfida è proprio quella di comprendere, tradurre e rappresentare i significati culturali di una consuetudine e renderla “comprensibile” in altri contesti.

 

Le conoscenze che da antropologa studio, analizzo ed elaboro, possono essere utilizzate sia all’interno dell’istituto, che nel nostro contesto italiano. Il sapere critico dell’antropologia può sicuramente contribuire a mettere in discussione certe pratiche, modi di agire ed offrire spazi di riflessione. Lo sguardo dell’antropologo può quindi servire ad immaginare e costruire nuove prassi.

 

3.Come consideri la tua esperienza al Western Fertility Institute e come vedi il tuo futuro lavorativo?

 

L’esperienza presso il Western Fertility Institute è davvero arricchente, da numerosi punti di vista. Mi trovo a svolgere uno studio etnografico in un contesto dal respiro internazionale. Mi piace molto il confronto scientifico ed intellettuale che quotidianamente ho con tutti gli altri professionisti che lavorano presso l’istituto dove svolgo ricerca.

Il mio futuro? Questo progetto di ricerca durerà ancora due anni e mezzo. Il poi purtroppo (o per fortuna) in questo ambito è sempre incerto. Sto attivando una collaborazione con la UCLA di Los Angeles. Non so però se rimarrò in California o se mi sposterò altrove. Il bello di questo lavoro sta nel suo essere sempre in movimento, anche letteralmente parlando. Ad esempio, svolgo ricerca presso il Western Fertility, ma alcuni mesi dell’anno torno in Italia ad insegnare Antropologia allo IED di Milano.

 

4.Che ruolo ha giocato la tua formazione in Bicocca per la tua vita lavorativa attuale?

 

Un ruolo fondamentale. I docenti, soprattutto del corso di Antropologia, mi hanno insegnato davvero tanto. Oltre alle conoscenze rispetto alla disciplina, sono stati capaci (e non credo sia una cosa comune) di trasmettermi tutta la loro passione per l’antropologia e per leggere in modo critico la realtà che quotidianamente ci circonda.