Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. X

Logo Alumni Bicocca La Community degli Alumni dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca SITO UNIMIB 

Inserisci le credenziali di accesso

Hai dimenticato la password?

News & Eventi


Eventi

News

Gli Alumni si raccontano

I libri degli Alumni: "La forza di polizia. Uno studio criminologico sulla violenza" di Roberto Cornelli

21 Gennaio 2021 15:17 - 21 Gennaio 2021 15:17

Nel 2020 viene pubblicato l'ultimo libro di Roberto Cornelli "La forza di polizia. Uno studio criminologico sulla violenza" Giappichelli, Torino.

Il tema del saggio criminologico è molto attuale se si pensa alle vicende degli ultimi mesi che hanno visto al centro del dibattito pubblico proprio l'uso della forza da parte della polizia. 

Conosciamo meglio le tematiche del libro attraverso le parole dell'autore.

 

 

Di cosa parla il suo libro?


Ho scritto un saggio criminologico sull'uso della forza nelle attività di polizia, a partire dai casi di cronaca negli Stati Uniti (primo tra tutti, la morte di George Floyd a Minneapolis del maggio 2020) con l’obiettivo più ampio di analizzare la relazione tra polizia e violenza.  

La forza di polizia serve a imporre l’osservanza della legge e a contenere la violenza sociale, ma è essa stessa violenza che va contenuta e canalizzata in funzione del progetto di società che s’intende affermare. Soprattutto nelle democrazie contemporanee, l’uso della forza comporta dilemmi etico-politici che, in assenza di una cornice entro cui interpretare i significati del “fare polizia”, appaiono interessare esclusivamente il singolo agente.

Il libro è l’esito di un percorso di ricerca in cui affronto in modo interdisciplinare i principali nodi teorici che intrecciano l’agire di polizia col tema della violenza, proponendo una lettura della forza di polizia che prende le distanze dalla vulgata delle mele marce (o delle piante malate), per mettere in risalto la semantica del gesto violento che emerge nell’intersezione tra diversi processi di legittimazione dell’azione di polizia.

L’adozione di questa prospettiva d’analisi amplia le possibilità di riforma del comparto sicurezza, tenendo conto, in particolare, di come il sistema culturale, le politiche di polizia e i saperi professionali attraversano le soggettività degli operatori che si trovano a “scegliere” se usare o meno la forza in situazioni contingenti.  

 

Per quale motivo ha sentito la necessità di scrivere su questo argomento?
 

Da molti anni avevo in mente di scrivere di polizie e violenza. Per quasi due decenni ho svolto ricerche e studi sulle polizie, ho partecipato a convegni e seminari, sono stato docente nei luoghi di formazione degli operatori e ho incontrato diversi agenti e dirigenti di polizia. Mi sono reso conto che spesso non solo chi si avvicina alle polizie dall’esterno ma persino coloro che sono parte delle istituzioni del controllo hanno una visione approssimativa e stereotipata del loro lavoro, legata più al fare polizia che al significato del fare polizia in una società democratica: è come se si dessero per scontate questioni su cui, al contrario, di questi tempi è bene mantenere desta l’attenzione. Proporre uno studio che, proprio a partire dal tema più critico del policing, l’uso della forza, indaghi il senso dell’agire di polizia mi è parso decisivo al fine di consentire l’attivazione di forme di riflessività interna ed esterna all’istituzione.

La ripresa del dibattito statunitense sulla police brutality a seguito della morte di Michael Brown a Ferguson nel 2014 e i recenti movimenti di protesta scaturiti dalla morte di George Floyd a Minneapolis, che hanno destato l’attenzione di tutto il mondo e stimolato discussioni e manifestazioni sulle discriminazioni istituzionali anche nei Paesi europei, mi hanno convinto dell’urgenza di affrontare il tema della forza di polizia con strumenti e sguardi capaci di andare oltre lo scandalo e l’indignazione, da un alto, l’imbarazzo e le “difese d’ufficio”, dall’altro. 

 

Quale messaggio vuole trasmettere ai lettori?

 

Chi avrà la pazienza di leggere il libro penso possa trarre diversi spunti di riflessione a seconda della posizione che ricopre nella società e del suo punto di vista sulle agenzie di controllo.

Non ho voluto scrivere un libro militante con un messaggio univoco, bensì un saggio, certamente animato anche da passione civile, che aiuti a costruire uno sguardo complesso su un’istituzione cruciale della modernità.

Al fondo, penso che nella mia proposta di lettura della forza di polizia s’intraveda innanzitutto l’intento di mostrare come parlare di polizie significhi parlare di qualità delle nostre democrazie, non per come sono disegnate nelle carte costituzionali, ma per come agiscono nella vita quotidiana. 


Perché consiglierebbe di leggerlo?  

 

Per farsi un’idea sulla relazione tra polizie e violenza, per mettersi in discussione rispetto a convinzioni consolidate oppure semplicemente per il piacere di dialogare con chi ha già affrontato temi che si percepiscono cruciali e urgenti. Magari anche per avere una base di conoscenza utile a proposte di riforma. Insomma, consiglierei di leggere il libro per quegli stessi motivi che mi hanno portato a scriverlo.