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Network e reti sociali: perchè sono importanti.

17 Aprile 2020 18:30

Alberta Andreotti è Professoressa Associata presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università degli Studi di Milano Bicocca. E’ editor della rivista internazionale European Urban and Regional Studies, componente del direttivo del Research Committee 21 Regional and Urban Studies e dell’Associazione Italiana di Sociologia Economica (SISEC). Fa parte del Collegio docenti del Dottorato URBEUR; è componente associato del programma Cities are back in Town; fa parte di Villes et Territoires, Sciences‐Po Paris, e del “Comité de Lecture de la collection des documents de travail du RT6” de l'Association Française de Sociologie.

 

I suoi lavori si sviluppano attorno a tre tematiche principali: reti sociali e capitale sociale applicato a diversi ambiti tra i quali l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, lo sviluppo territoriale e la sharing economy e sistemi di welfare con particolare attenzione alla dimensione locale e comparativa; il governo e mutamento nelle città contemporanee. E’ autrice di diverse pubblicazioni nazionali e internazionali, tra gli ultimi: Andreotti, A. (a cura di) Governare Milano nel nuovo millennio, Bologna Il Mulino, Andreotti A. (2018) Tra politica e mercato: i componenti dei CdA delle società a partecipazione pubblica a Milano, Stato e mercato, 2, pp 225-264,  Andreotti, A., Anselmi, G., & Hoffmann, C. (2018). Are weak relations working? Sharing platforms and social capital. Sociologia del Lavoro, 4(152), 87-103. Andreotti, A.; Le Galès P.; Moreno Fuentes J. F. (2015) Globalized Minds, Roots in the city. Urban upper Middle classes in Europe, London, Blackwell.

 

  1. Come nasce la sua passione per la sociologia?

Prendendola un po’ alla lontana, la mia passione per la sociologia mi viene già dal liceo. Il mio periodo letterario preferito è stato il verismo/naturalismo, con autori che descrivono e interpretano le condizioni di vita dei pescatori e dei minatori in Italia – i Malavoglia o Rosso Malpelo  –  e degli operai urbani a Parigi.  Descrivono e interpretano i loro personaggi senza falsi romanticismi, evidenziandone le ruvidità, a volte l’egoismo e persino la cattiveria esacerbata dalle condizioni sociali, ma anche la solidarietà possibile nella condivisione delle condizioni economico-sociali. A modo loro, questi autori evidenziano un elemento per me importantissimo che è la capacità di aspirare e di immaginare prospettive alternative alle loro misere esistenze. Questa capacità chiama in causa le disuguaglianze sociali, che a parte di essere un tema molto interessante per me, lo considero uno dei temi fondamentali della sociologia.

 

 

  1. Come interpreta il capitale sociale, che importanza pensa che abbia?

Il capitale sociale (CS) è un concetto che si è affermato negli anni Novanta del secolo scorso, e ha avuto una grande eco mediatica nel contesto italiano. Per tutta la prima decade degli anni Duemila, gli studi, più o meno accademici, sul CS hanno continuato a fiorire, molti di questi sono raccolti in un bel sito web dedicato al capitale sociale http://www.socialcapitalgateway.org/it/pubblicazioni/paper curato dal Prof. Sabatini.

Oggi questo concetto è entrato a pieno titolo nel linguaggio scientifico. Possiamo definirlo un concetto multidisciplinare perché è utilizzato da diverse discipline e multidimensionale; perché fa riferimento a molteplici dimensioni della sfera sociale; e perché fa riferimento alle reti sociali (anche ai Social Media). Sono state fornite diverse definizioni di CS, a partire dal lavoro di James Coleman, ma per me il CS è dato dalle relazioni sociali e le reti di relazioni cooperative di un attore individuale e/o collettivo utili a raggiungere uno scopo altrimenti non facilmente raggiungibile. Sottolineo cooperative perché è ciò che qualifica e distingue il concetto di CS dalle relazioni sociali che possono non essere cooperative.

 

 

  1. Alcuni dei suoi lavori si sviluppano sulla tematica delle reti sociali nell'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Quanto pensa che il network possa avere influenza nel mondo lavorativo?

 

Se guardiamo i dati, l’Istat ci dice che dal lato dell’offerta, tra le azioni di ricerca più diffuse vi è

sicuramente quella di rivolgersi alle reti informali (parenti e amici). L’87% di coloro che cercano

lavoro si è rivolto a parenti e amici (2018). La questione è poi se il lavoro si trova attraverso le reti informali, e che tipo di lavoro si trova, cioè l’efficacia di questo metodo di ricerca. Anche qui le disuguaglianze sociali contano però. Abbiamo detto prima che le reti non si distribuiscono in modo uniforme tra la popolazione, e le risorse che possono essere attivate dalle relazioni non sono le medesime per tutti. Se nella mia rete ho prevalentemente persone di status elevato, per esempio, avrò più probabilità di venire a contatto con una buona occupazione. Gli studi di Nan Lin sul capitale sociale ce lo hanno ampiamente dimostrato. Alle disuguaglianze di classe, si possono sovrapporre anche disuguaglianze di genere, con una minore capacità delle donne di accedere a posizioni più elevate.

 

Oggi la domanda è se i Social Network, in particolare quelli professionali come Linkedin, possono essere considerati alla stessa stregua dei legami deboli. Gli studi più sistematici (e.g. Istat), ma anche i lavori dei nostri studenti, ci dicono che Linkedin può essere utile per chi ha già un lavoro e vuole migliorare la propria posizione, ma non per chi deve entrare nel mondo del lavoro. Per il momento i social network sono utilizzati più frequentemente per raccogliere informazioni, come una vetrina sia per coloro che cercano, sia per coloro che devono reclutare. Certo questa raccolta di informazioni pone dei problemi di gestione dell’informazione e di privacy non di poco conto, soprattutto quando i profili non sono pubblici, una questione da non trascurare. Per ora dunque, i social network non sono ancora così efficaci come la mobilitazione dei legami deboli à la Granovetter, soprattutto per l’entrata nel mondo del lavoro, mentre sono più efficaci per cambiare lavoro, soprattutto per i profili medio alti.

 

 

 

  1. Quali consigli darebbe per creare un network solido?

Un network è dinamico per definizione: le relazioni cambiano nel tempo, alcune si aggiungono altre si perdono, alcune diventano più importanti e altre meno... Molto probabilmente oggi non abbiamo esattamente gli stessi amici di dieci anni fa, ma è anche possibile che vi sia un nucleo di relazioni che permane nel tempo, i nostri legami forti. La rete si modifica anche secondo la fase del ciclo di vita che stiamo vivendo.

Ronald Burt, per esempio, studiando le probabilità di fare carriera da parte di profili di manager diversi ha rilevato che negli Stati Uniti, un manager uomo appartenente alla classe media, bianco, farà carriera più rapidamente se ha una rete professionale ampia, lasca e con molti buchi strutturali, vale a dire in cui vi sono molte persone che non sono direttamente in contatto tra loro e con bassa ridondanza di informazioni. Per una donna manager questa struttura di rete non funziona bene,  lo stesso si può dire per un manager uomo, con le stesse caratteristiche precedenti, ma calato in un contesto culturale diverso, per esempio in Giappone e in Cina.

Insomma, per creare un network solido, il consiglio è di studiare il contesto nel quale ti trovi prima di agire.

 

 

  1. Pensa che BicoccAlumni sia una buona opportunità per iniziare o continuare a creare un proprio network?

Lo è senza dubbio e per diversi motivi. BicoccaAlumni è, come molte associazioni, un possibile luogo di incontro che può favorire conoscenze e scambi, in questo caso professionali, ma non solo, tra laureati di uno stesso ateneo e con interessi potenzialmente comuni. Questo scambio può essere tanto più proficuo tanto più si stringono legami tra individui con competenze diverse ma affini (la teoria della related variety) appartenenti allo stesso Ateneo. Noi siamo entrate in contatto grazie a un lavoro condotto lo scorso anno dagli studenti del corso di Management e design dei servizi proprio su BicoccAlumni.

 

 

  1. Il personal branding è importante per costruire un network?

Una parte rilevante del personal branding è costituito dalla reputazione professionale (ma sempre di più anche personale) e questa ha ovviamente molto a che fare con le reti sociali, perché circola proprio grazie alle reti. Certamente è importante costruirsi una buona reputazione e oggi la si costruisce sempre di più attraverso i social media, il mondo digitale. Attenzione però perché alla fine anche la reputazione digitale si basa sul mix di competenze, tecniche e sociali, che bisogna saper mettere all’opera nella soluzione dei problemi fuori e dentro il mondo digitale.

 

 

  1. Rispetto alla teoria dei gradi di separazione, come pensa che sia cambiata con l'avvento del social network?

La teoria dei sei gradi di separazione è sempre affascinante. Saremmo tentati di dire che i Social network riducono le distanze e ci mettono in comunicazione con mondi diversi e in alcuni casi forse può essere vero. Non dimentichiamoci però che i social network tendono a rafforzare l’omofilia delle reti: i social network ci propongono “amici” simili a noi, ci propongono prodotti simili a quelli che abbiamo già acquistato, e informazioni simili a quelle che abbiamo cercato o alle quali abbiamo dato un like. Quindi possono finire per creare legami ridondanti piuttosto che diminuire i gradi di separazione.

 

 

  1. Quanto considera rilevante la teoria dei legami deboli oggi? Come potremmo sfruttare questa teoria adesso, ai tempi di Covid-19?

Questo virus ha completamente stravolto le nostre vite e, tra le altre cose, le nostre abitudini di socialità. Siamo costretti a casa, al distanziamento fisico rinunciando alla prossimità fisica che pur non essendo sufficiente alla creazione di relazioni sociali ne è sicuramente una fonte. Ha cambiato il nostro modo di lavorare che per molti ora avviene a casa senza lo scambio quotidiano con i colleghi. La tecnologia ci sta aiutando moltissimo, è centrale, perché è quella che ci permette di continuare a lavorare e socializzare: alcuni studenti mi dicono che in questa situazione di emergenza si sono persino intensificati i contatti tra loro. I gruppi Facebook come le Social Street diventano luoghi di incontro virtuale per gli abitanti del quartiere. In molte di queste Social Street ci si scambiano informazioni sui negozi di quartiere, ma si organizzano anche attività di solidarietà per chi ha bisogno. Queste esperienze mobilitano sicuramente legami deboli.

Poi c’è stato un fiorire di app che ci permettono di vedere i parenti, gli amici con cui fare attività ricreative, aperitivi, cene, lezioni di ginnastica. Queste ci permettono di incontrare i nostri legami forti. Come al solito abbiamo bisogno di entrambi, legami forti e deboli. Quello che ci è chiesto in questo periodo non è il distanziamento sociale, anzi l’opposto, ma quello fisico.

Bisognerà poi capire meglio, con dati sistematici, quanto queste esperienze siano diffuse e quanto invece siano invece una narrazione di pochi (e.g. della classe media e medio alta, fortemente istruita e digitalizzata). Anche qui le disuguaglianze sono enormi nell’accesso alla tecnologia, nella capacità di utilizzo e queste si intrecciano con le disuguaglianze nella mobilitazione della rete davanti all’emergenza. Ho già detto che la rete sociale e la sua capacità di mobilitazione non si distribuiscono uniformemente nella popolazione, questo vuol dire che per alcuni gruppi sociali, per alcune famiglie, questa rete è molto fragile e le risorse che vi circolano sono altrettanto fragili e limitate, a volte del tutto assenti.

Ho sovente sentito dire che siamo tutti uguali davanti al virus, ecco direi proprio no, da molti punti di vista, peraltro nemmeno per il virus siamo tutti uguali visto che i dati suggeriscono che penetra più facilmente in alcuni gruppi. Sicuramente non lo è nelle conseguenze sociali ed economiche che questa situazione comporta, poiché acuisce le disuguaglianze preesistenti e siccome la situazione durerà un po’, è bene che queste disuguaglianze siano al centro del dibattito anche politico. 

Questa situazione acuisce le disuguaglianze preesistenti e siccome la situazione durerà un po’, è bene che queste disuguaglianze siano al centro del dibattito anche politico. 

 

Valentina Cosenza, Marta Odriozola