Ilaria Guerini
Ilaria Guerini: dalla Bicocca allo Human Technopole, un percorso tra biotecnologie, ricerca e Science Management
23 Settembre 2026
INTERVISTA PER L'INIZIATIVA "CHE GENERE DI LAVORO FAI?" ORGANIZZATA IN COLLABORAZIONE CON BICOCCA JOB PLACEMENT
Ilaria Guerini si è iscritta all’Università degli Studi di Milano-Bicocca nel 2000, scegliendo il corso di laurea in Biotecnologie, allora appena avviato. Dopo la laurea ha proseguito il suo percorso con un dottorato in genetica e un’esperienza di post-dottorato a Cambridge. Da oltre dodici anni lavora nel campo dello Science Management, prima in Fondazione AIRC e oggi in Human Technopole, dove si occupa di formazione, programmi di dottorato e sviluppo di carriera per ricercatrici e ricercatori.
Abbiamo intervistato Ilaria Guerini, Alumna Bicocca laureata in Biotecnologie, che oggi lavora allo Human Technopole, istituto di ricerca internazionale con sede a Milano. Il suo percorso racconta come la passione per la ricerca scientifica possa tradursi anche in una carriera lontana dal laboratorio, ma centrale per sostenere la crescita dei ricercatori e delle istituzioni scientifiche.
Chi sei e quale ruolo ricopri?
Sono Ilaria Guerini e da oltre dodici anni mi occupo di Science Management.
Ho iniziato questo percorso in Fondazione AIRC, una fondazione che finanzia la ricerca oncologica in Italia, e da qualche anno lavoro in Human Technopole, un istituto di ricerca internazionale nato a Milano. Oggi mi occupo in particolare di formazione di ricercatrici e ricercatori, gestendo programmi di dottorato, attività formative e percorsi di career development.
Qual è stato il tuo percorso di studi in Bicocca?
Mi sono iscritta in Bicocca nel 2000, ormai venticinque anni fa. All’epoca il corso di laurea in Biotecnologie era appena nato e anche l’Università, così come il quartiere intorno al campus, era ancora in una fase iniziale di sviluppo.
Ho frequentato il corso di laurea quinquennale in Biotecnologie: allora non esisteva ancora il percorso tre più due, quindi si trattava di una laurea magistrale a ciclo unico.
Quando ho scelto Biotecnologie ero indecisa tra facoltà molto diverse, dalla filosofia all’architettura. Alla fine ho deciso di intraprendere questo percorso scientifico e mi è piaciuto così tanto che, dopo la laurea, ho scelto di continuare con un dottorato nel laboratorio di Maria Pia Longhese, occupandomi di genetica.
Raccontaci meglio di cosa ti occupi e come sei arrivata all’attuale professione
Oggi lavoro allo Human Technopole, un istituto di ricerca internazionale con sede a Milano. Mi occupo di formazione di ricercatrici e ricercatori, seguendo programmi di dottorato, programmi formativi e iniziative dedicate allo sviluppo di carriera.
Quello che mi ha spinto verso questo tipo di carriera è stata soprattutto la missione delle organizzazioni in cui ho lavorato. In Fondazione AIRC la missione era sostenere la ricerca oncologica e contribuire, attraverso la scienza, ad aiutare i pazienti malati di cancro. In Human Technopole ho trovato invece la possibilità di contribuire alla costruzione di un istituto di ricerca internazionale orientato all’eccellenza nel nostro Paese.
Prima di entrare in Fondazione AIRC ho svolto un periodo di post-dottorato a Cambridge, in Inghilterra. La transizione verso lo Science Management è avvenuta in modo abbastanza naturale, grazie ad un annuncio pubblicato su Nature Jobs, che mi ha poi permesso di rientrare in Italia.
Il mio percorso dimostra che, anche partendo da una formazione scientifica, esistono molte possibilità professionali oltre al lavoro al bancone. La ricerca ha bisogno non solo di chi lavora direttamente in laboratorio, ma anche di figure capaci di supportare, organizzare, comunicare e far crescere l’ambiente scientifico.
Quali sono le sfide per una donna nel tuo settore?
Più che parlare solo di sfide, credo sia utile considerare due aspetti. Il primo riguarda il cosiddetto management familiare. Nel mio caso è abbastanza semplice, perché non ho figli e ho un marito, ma penso che per una donna sia importante riuscire a mantenere indipendenza e collaborazione nella vita privata. Indipendenza non soltanto nel lavoro, ma anche negli interessi e nelle scelte personali.
Il secondo aspetto riguarda il lavoro. Opero in un istituto di ricerca e, anche se le posizioni apicali sono ancora spesso ricoperte da uomini, vedo sempre più donne raggiungere ruoli di responsabilità anche nel mio settore.
Nel mondo della ricerca ci sono moltissime donne che intraprendono un PhD o un post-dottorato, mentre sono ancora meno quelle che arrivano a dirigere un laboratorio. Credo però che questa tendenza stia cambiando e che il settore sia in una fase di miglioramento. La prospettiva, secondo me, è quella di arrivare progressivamente a una maggiore parità, perché alla fine è la persona, con le sue competenze e il suo percorso, a fare davvero la differenza.
Quale consiglio daresti alle giovani e ai giovani che vogliono iniziare una carriera in questo settore?
A chi vuole intraprendere una carriera nel settore no profit o accademico consiglierei, prima di tutto, di scegliere un contesto di cui si condivide davvero la missione. Può trattarsi di una fondazione, di un istituto di ricerca o di un’altra realtà legata al mondo scientifico, ma è fondamentale sentire una spinta forte verso la ricerca e verso il contributo che essa può dare alla società.
In questi ambiti non è sempre il valore economico a essere la motivazione principale. Serve quindi un interesse autentico per la ricerca scientifica e per l’impatto che questa può generare.
All’interno di un istituto di ricerca esistono percorsi molto diversi. Chi ha una formazione scientifica può intraprendere un dottorato, un post-dottorato o una carriera da ricercatore. Ma ci sono anche molte posizioni di supporto alla ricerca, adatte a profili con competenze finanziarie, comunicative, legali o gestionali.
Un istituto di ricerca, ad esempio, ha bisogno di persone che sappiano gestire budget, comunicare la scienza al pubblico generalista, curare accordi tra laboratori o istituzioni e contribuire allo sviluppo di progetti complessi.
Non bisogna quindi immaginare questo mondo come esclusivamente scientifico o legato al laboratorio. La ricerca ha bisogno anche di persone con competenze trasversali, interessate a contribuire alla crescita della scienza da prospettive diverse.
Allo stesso modo, per chi ha una formazione scientifica ma non desidera rimanere al bancone, lo Science Management può rappresentare un percorso molto interessante, perché permette di acquisire competenze ampie e trasversali, restando comunque vicini alla ricerca.
