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Luana Donetti

Luana Donetti: dalla Bicocca allo UX Design, progettare esperienze mettendo al centro le persone

9 Settembre 2026

INTERVISTA PER L'INIZIATIVA  "CHE GENERE DI LAVORO FAI?" ORGANIZZATA IN COLLABORAZIONE CON BICOCCA JOB PLACEMENT

Luana Donetti si è laureata in Teoria e Tecnologia della Comunicazione all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Oggi è Life Science Delivery Manager per Cognizant, dove lavora nell’ambito dello User Experience Design applicato al settore farmaceutico. Il suo percorso professionale l’ha portata dall’interaction design alla progettazione di interfacce per il settore automotive, fino alla gestione di team internazionali in ambito Life Science. Abbiamo intervistato Luana Donetti, Alumna Bicocca, per farci raccontare il suo percorso di studi, la sua carriera nel mondo dello UX Design e il valore delle competenze umane in un settore in continua evoluzione.

Chi sei e quale ruolo ricopri?

Mi chiamo Luana Donetti, mi sono laureata in Teoria e Tecnologia della Comunicazione in Bicocca e oggi sono Life Science Delivery Manager per Cognizant. Mi occupo di User Experience Design nell’ambito farmaceutico, all’interno di una società di consulenza internazionale. Il mio lavoro consiste nel guidare team internazionali e contribuire alla progettazione di esperienze e soluzioni che possano avere un impatto concreto sulla vita delle persone.

Qual è stato il tuo percorso di studi in Bicocca?

La mia storia in Bicocca è iniziata nel 2008. In quel periodo stavo cercando un percorso di studi legato allo User Experience Design, un ambito che allora non era ancora così diffuso come oggi. Non esistevano molti corsi dedicati a questo campo, ma in Bicocca ho trovato il percorso giusto per me. Ho scelto Teoria e Tecnologia della Comunicazione e posso dire che l’Università è stata, e rimane per me, come una seconda casa. Durante il mio percorso ho avuto diverse opportunità di crescita, tra cui una borsa di studio per scrivere la tesi all’estero, in Svezia. Quell’esperienza mi ha permesso di allargare i miei orizzonti, crescere dal punto di vista personale e professionale e conoscere persone provenienti da tutto il mondo.

Raccontaci meglio di cosa ti occupi e come sei arrivata all’attuale professione

Oggi lavoro nell’ambito dello User Experience Design applicato al settore farmaceutico. Sono Life Science Delivery Manager per Cognizant e guido team internazionali, collaborando con persone in Europa, Cina, Giappone e, talvolta, America. Il percorso che mi ha portata fin qui non è stato lineare, come spesso accade nelle carriere professionali. Ho iniziato in un’agenzia di comunicazione come interaction designer. Successivamente mi sono spostata nel settore automotive, occupandomi di Human Machine Interaction: progettavo le interfacce interne ai veicoli, dagli elementi visibili dietro il volante agli head-up display, fino ai sistemi radio. A un certo punto ho scelto di cambiare. Mi sono trasferita all’estero con il mio compagno ed è proprio lì che è nato il mio interesse per il settore farmaceutico. Sentivo il desiderio di portare il mio contributo in un ambito che avesse un impatto diretto sulla vita delle persone. Questa evoluzione mi ha permesso di unire competenze di design, tecnologia, comunicazione e gestione di team multiculturali, lavorando in un settore in cui la progettazione dell’esperienza utente può avere un valore molto concreto.

Quali sono le sfide per una donna nel tuo settore?

Le sfide per una donna possono essere molte. Personalmente ritengo di essere stata fortunata, perché ho avuto l’opportunità di lavorare in contesti internazionali, dove spesso la mentalità è più aperta e dove si incontrano culture, esperienze e prospettive diverse. Non posso dire di aver incontrato grandi difficoltà in quanto donna, ma mi sono comunque trovata di fronte ad alcuni episodi poco piacevoli. In particolare, in un contesto italiano, mi è capitato di dover intervistare una persona per una possibile assunzione. In quell’occasione, l’account manager che aveva presentato la candidata mi chiese di essere “più aggressiva” durante l’intervista. Ho scelto di andare avanti, ignorare il commento e fare il mio lavoro come sapevo farlo. Non era stato un atteggiamento corretto né nei miei confronti né nei confronti della persona che era lì per presentare la propria professionalità. Il mio consiglio, in situazioni di questo tipo, è di non lasciarsi travolgere. È importante riconoscere questi episodi, annotarli, reagire nel modo più appropriato, ma senza lasciarsi consumare dalla lotta contro atteggiamenti discriminatori. Esistono contesti, anche internazionali, in cui le esperienze professionali possono essere molto appaganti anche per le donne.

Quale consiglio daresti alle giovani e ai giovani che vogliono iniziare una carriera in questo settore?

A chi desidera intraprendere una carriera nello UX Design, nel Service Design o nell’Interaction Design darei più di un consiglio. Il primo è deporre il giudizio, verso se stessi e verso gli altri. Nel nostro lavoro il giudizio può diventare un ostacolo: se riusciamo ad andare oltre, possiamo metterci davvero in ascolto delle persone per cui progettiamo, che siano utenti finali, stakeholder di business o membri del team. Questo atteggiamento aiuta a costruire ponti e a collaborare meglio verso obiettivi comuni. Il secondo consiglio è cercare di non diventare meri esecutori. È facile, nello UX Design, concentrarsi sui nuovi tool, sul visual design, sul cosiddetto pixel perfect o sul problem solving fine a se stesso. Ma se impariamo a chiederci “perché”, e a non avere timore di farlo, possiamo scoprire modi diversi e più profondi per portare valore. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale entra sempre di più nella vita privata e professionale, credo sia fondamentale mettere al primo posto i propri valori umani. La tecnologia è uno strumento potente, ma il valore di chi progetta sta anche nella capacità di mantenere centrale la dimensione umana. Infine, consiglio di allenare la capacità di comunicare, mediare e creare ponti. Il lavoro dello UX designer non consiste soltanto nel replicare framework studiati, come il design thinking, anche se questi strumenti sono utilissimi. Nel lavoro quotidiano, ciò che fa davvero la differenza è la capacità di dialogare con persone diverse, collaborare con il team e trasformare competenze tecniche e metodologiche in valore reale. È questa capacità che distingue un semplice esecutore da una persona capace di contribuire in modo significativo a un progetto.