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"Zoom Fatigue" stanchezza da Remote Working

16 Settembre 2021 12:00

Scritto da Ezia Rizzi e Giulia Paganin 

 

C’è qualcosa che questa pandemia non abbia cambiato? Sembrerebbe di no! In un anno tutto è stato stravolto e molti di noi si sono trasformati in persone a mezzobusto. No, non si è verificato anche un maleficio e nessuno è stato tramutato in una statua commemorativa, ma molti di noi sono stati trasformati in mezzobusto a causa delle numerose video call.                                                               
Con la pandemia abbiamo scoperto un nuovo modo di lavorare, lo smart working. Il percorso casa-lavoro lavoro-casa non è mai stato così veloce, bastava spostarsi da una sedia all’altra magari anche nella stessa stanza.  Chissà quanti, durante lo smart working, indossavano giacca e cravatta o una bella camicia ben visibile in video e un paio di ciabatte e il pigiamone nascosti sotto il tavolo.                                                 

Si stima che lo smart working, e non solo, ad aprile 2020 abbia portato circa 300 milioni di persone ad utilizzare la piattaforma Zoom rispetto ai 10 milioni di utenti del 2019 (Iqbal, 2020; Chawla, 2020). Certo questa situazione potrebbe aver portato i suoi bei vantaggi: niente traffico, niente alzatacce la mattina, nessuna organizzazione spasmodica della routine; ma nello stesso tempo ha comportato non pochi grattacapi, come figli in DAD da seguire, riunioni continue, occhi stanchi e mal di testa da monitor sempre accesi.                                                                                   

Questo aumento delle videoconferenze ha generato una crescente preoccupazione in merito ad un particolare tipo di esaurimento, definito con il termine "Zoom Fatigue", che fa specifico riferimento alla fatica sperimentata durante o dopo una videoconferenza (Fauville et al., 2020). Questo fenomeno comporta stanchezza, ansia e preoccupazione. 

 

Perché accade questo? Il modo di comunicare in una video call cambia e il nostro cervello deve sincronizzare i movimenti, i gesti e la comunicazione, richiedendo così un maggiore utilizzo di risorse e un maggiore carico sulle funzioni cognitive. Bailenson, ad esempio, in un suo recentissimo e interessante articolo, si focalizza su quattro possibili fattori che facilitano l’insorgenza di sintomi legati alla zoom fatigue: l’eccessiva quantità di sguardi ravvicinati, il carico cognitivo maggiore, l’aumento dell’autovalutazione di sé e limitazioni alla mobilità fisica. Proviamo ad approfondire ognuno dei punti presentati.
Eccessiva quantità di sguardi ravvicinati: immaginate il disagio che proviamo quando ci troviamo con una serie di sconosciuti in ascensore, a distanza ravvicinata. Sull’ascensore si può abbassare lo sguardo, e far finta di fare/guardare altro; durante le video conferenze no. Siamo obbligati a sostenere sguardi di più persone contemporaneamente, diversamente da quanto faremmo in ufficio, seduti a un tavolo.

 

Carico cognitivo: quando siamo in presenza, automaticamente riusciamo a processare una serie di informazioni che provengono dal contesto, dagli altri interlocutori, dai gesti, dai toni. Quando due persone si trovano faccia a faccia si possono interpretare i movimenti del corpo e tutto quello che concerne la comunicazione non verbale; questi aspetti facilitano la conversazione, ma in una video call vengono a mancare. Inoltre, quando in una call ci sono molti partecipanti, non si rispettano i turni della conversazione e quando l’argomento risulta ostico e/o noioso si tende ad essere distratti e a non attribuirvi la stessa importanza che si darebbe in una conversazione faccia a faccia. Per partecipare a lunghe riunioni in Zoom, Meet o Skype il nostro cervello necessita di attenzione sostenuta. Essa ci permette di mantenere l’attenzione sugli eventi più importanti e che richiedono risposte ben precise. Questo tipo di concentrazione però, già dopo 20 minuti può avere un calo della performance. L'attenzione sostenuta...Continua su The Brain Salad